Pubblicato da: ideeperilpresente | marzo 28, 2011

Ambientalista inglese si converte al nucleare dopo Fukushima

Sul Guardian online ho letto un articolo molto interessante scritto da George Monbiot, un noto ambientalista britannico, dal titolo “Sul perché Fukushima mi abbia fatto amare il nucleare (e smettere di preoccuparmi)” (http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/mar/21/pro-nuclear-japan-fukushima). Sono molti, in effetti, gli ecologisti passati dal detestare l’energia nucleare ad amarla e le cause sono sempre da ricercare in una sorta di “presa di coscienza”. In sostanza questi affermano che, realisticamente parlando, in una società iper-tecnologizzata come la nostra che ha bisogno di produrre moltissima energia elettrica non può farlo semplicemente utilizzando le fonti rinnovabili. O si affida al carbone, che dal punto di vista dell’inquinamento è cento volte peggiore dell’energia nucleare, oppure deve ritornare all’epoca della rivoluzione industriale dove per muovere le fabbriche e i treni, si costruivano delle gigantesche dighe e si disboscavano intere foreste per la legna da ardere negli altiforni. Secondo Monbiot “ritornare a un modello di produzione energetica, senza carbone, petrolio e gas, senza nucleare e solo con le rinnovabili, in una società come la nostra dove l’energia è tutto, è semplicemente irrealizzabile”. In secondo luogo, l’ambientalista inglese riflette su quanto successo a Fukushima; parla di “una centrale vecchia e scadente, con dei sistemi di sicurezza inadeguati, colpita da un terremoto mostruoso e da uno tsunami altrettanto terrificante”. Ad essersi inceppata è stata solo la centralina elettrica che a quel punto ha inibito il sistema di raffreddamento, che hanno portato il nocciolo dei reattori a surriscaldarsi e fondere. Ed è questo che ha provocato le esplosioni di reattori vetusti e mal progettati eppure “nessuno ha ricevuto ancora dosi letali di radiazioni”. I pericoli di un possibile inquinamento radioattivo sono stati paventati più dagli ambientalisti che dalle rilevazioni stesse (che comunque ancora sono da confermare visto che i dati Tepco variano di giorno in giorno). Monbiot, inoltre, nel suo articolo linka un sito (http://blog.xkcd.com/2011/03/19/radiation-chart/) con dei grafici che mostrano chiaramente come, chi vive entro 10 miglia dalla centrale di Three Miles Island, subisca una dose di radiazioni quasi mille volte inferiore alla metà di quelle a cui per legge potrebbero essere esposti chi lavora nell’industria atomica. Un limite che a sua volta è la metà della dose minima secondo cui può arrivare il rischio di malattie oncologiche. L’ambientalista britannico, infine, ammette che “se fosse per lui preferirebbe chiudere l’intero settore del nucleare ma se e solo se ci fossero selle valide alternative innocue”. Queste alternative purtroppo non ci sono e realisticamente ammette che “le rinnovabili possono funzionare solo all’interno di un mix energetico nazionale o meglio ancora internazionale”. Conclude affermando che “l’energia nucleare è stata appena sottoposta ad una delle più dure prove possibili e l’impatto sulle persone e sull’ambiente è sostanzialmente piccolo”. Per questo, “la crisi di Fukushima” lo ha convinto “a sposare la causa dell’energia nucleare”.

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Responses

  1. Prendiamo il nostro amato ambientalista e portiamolo a lavorare a fukushima, dove potrà finalmente sposare l’oggetto del suo amore..

  2. L’impatto dell’incidente è sostanzialmente piccolo, sono d’accordo. Fin quando la nuvoletta radioattiva non prende a piovere, non c’è problema. Quando la suddetta fantozziana nube si deciderà a far acqua su una città, scopriremo in maniera più precisa quale sia stato l’impatto dell’incidente.

    Nel mentre mi rallegra pensare che i BWR Mark I e II di Fukushima sono identici agli EPR francesi dei nostri sogni (a parte la pressurizzazione): pentole di acqua contenenti barre di uranio debolmente arricchito. Appena salta la corrente, fai il botto allo stesso modo: a Forsmark ci sono andati vicini nel 2006.

    Adesso inizia una grande opera di disinformazione che ha l’obiettivo di fornire un capro espiatorio per l’incidente: i tecnici, i manager, il reattore vecchio e via così. Lo scopo è nascondere la debolezza di fondo di una filiera (i reattori moderati ad acqua leggera) che infesta quasi ogni angolo del pianeta e che necessita di qualche cambiamento di rotta. Stiamo attenti a non farci prendere in giro.

  3. Come dice George Monbiot, bisogna prendere atto che l’elettricità alla nostra società serve e in qualche modo bisogna produrla. Ora, se nel mondo comunque ci sono fior fiori di scienziati, accademici di prestigiose facoltà italiane e straniere, oltre ovviamente a ingegneri che hanno studiato per anni queste materie e hanno investito tutta una vita intraprendendo questa strada con passione e sono comunque favorevoli al nucleare, possibile che in Italia il dibattito debba essere solo sul piano “chi vuole il nucleare è perché in qualche modo ha interessi in gioco?”. Non credo che chi è a favore non tenga alla salute dei suoi figli o dell’ambiente. Ora tutti si improvvisano grandi esperti di radioattività, un po’ come durante i mondiali di calcio diventiamo tutti allenatori. Aggiungerei, inoltre, che per avere dei rischi concreti con la filiare nucleare praticamente è servito, nello stesso momento e luogo, centrali vecchie di quarant’anni, un terremoto fortissimo, e un maremoto spaventoso. Usando la logica, quello che è successo dimostrerebbe l’opposto e cioè che è molto più alta la sicurezza di una centrale che non la sua pericolosità.


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