Le installazioni eoliche offshore hanno conosciuto una forte accelerazione negli ultimi anni, ma soprattutto nell’Europa del Nord, che costituisce di gran lunga il principale mercato mondiale. Nei mari europei nel 2010 sono stati installati 883 MW eolici (+51% rispetto al 2009), pari a quasi il 90% di quanto fatto in tutto il mondo. Per l’anno in corso si prevede che le nuove realizzazioni raggiungano i 1.500 MW.

Fuori Europa impianti di grandi dimensioni sono stati realizzati solo in Cina e qualcosa in Giappone, anche se progetti di rilievo sono stati avviati in diversi Paesi e in particolare nella Corea del Sud. Ancora assenti dal settore gli USA, che invece sono il secondo Paese al mondo per capacità eolica dietro la Cina, con circa 40.200 MW installati su terraferma a fine 2010.

Di grandi impianti eolici offhore negli States si parla da anni, non solo per le acque costiere oceaniche, ma anche per i grandi laghi del nord-est. Senza che si sia ancora passati oltre la fase del dibattito.

Il momento dell’entrata statunitense nel nuovo mercato sembra tuttavia vicino: progetti di grandi dimensioni si moltiplicano, come quello da 700 MW al largo di Long Island (a pochi km da New York), quello da 420 MW al largo di Cape Cod (Massachusetts) o quello da 300 MW presso l’isola di Galveston (Texas). Ultimo arrivato, ma con buone probabilità di entrare a breve nella fase operativa, un ambizioso progetto da 1.000 MW, previsto a 20 miglia al largo del Rhode Island.

Benché il mercato nazionale sia ancora in ritardo rispetto ai Paesi europei e ai grandi Paesi emergenti, lo sviluppo dell’eolico offshore è ritenuto un’opzione strategica per la diversificazione energetica e la diffusione delle fonti rinnovabili gli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato dall’amministrazione federale è di sviluppare una capacità complessiva offshore di 54.000 MW entro il 2030

 

 

Pubblicato da: ideeperilpresente | settembre 28, 2011

Investire nelle rinnovabili per finanziare il nucleare

Energia nucleare e fonti rinnovabili sono due fattori complementari per la riduzione delle emissioni di gas serra. Per la società energetica ceca CEZ c’è anche un altro legame: la nuova politica industriale prevede di investire nelle rinnovabili all’estero per finanziare il potenziamento del nucleare in patria.

Lo ha riferito il giornale ceco Lidové Noviny, secondo cui l’idea è stata esposta dal nuovo amministratore delegato Daniel Beneš (nella foto), nominato il 15 settembre al posto del dimissionario Martin Roman.

Con un investimento di 100 miliardi di corone (4 miliardi di euro), la CEZ punta sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, soprattutto eolico e idroelettrico, nei Paesi dell’Europa centro-orientale che prevedono incentivi: in particolare Germania, Polonia e Romania.

In tutto la potenza installata da fonti rinnovabili della CEZ all’estero arriverebbe a 3000 MW. Il ritorno previsto di 200 miliardi di corone (8 miliardi di euro) servirà per finanziare lo sviluppo nucleare nazionale: le priorità sono la costruzione del terzo e quarto reattore nella centrale di Temelín (sud del Paese), e la proroga fino al 2025 di quella di Dukovany (sud-est), che ha quattro reattori entrati in attività negli anni Ottanta.

«Gli impianti all’estero saranno pronti nel 2016, proprio quando pensiamo di avviare la ostruzione di nuovi reattori a Temelín», ha spiegato Beneš.

Il progetto fa parte di una strategia di rilancio del nucleare portata avanti dal governo ceco. Il primo ministro Petr Neèas ha confermato l’esistenza dell’ipotesi di finanziare il nucleare investendo nelle rinnovabili, ma ha aggiunto che niente è stato ancora deciso. La CEZ, una delle principali società di energia d’Europa, è controllata al 70% dallo Stato.

FONTE: http://www.nuclearnews.it/news-2773/investire-nelle-rinnovabili-per-finanziare-il-nucleare/

Pubblicato da: ideeperilpresente | settembre 16, 2011

Il nucleare è competitivo e continuerà a crescere nel mondo

L’incidente di Fukushima non fermerà la crescita globale dell’energia nucleare. Lo hanno ribadito recentemente vari protagonisti del panorama energetico internazionale: Yukiya Amano, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), Jean-Pol Poncelet, direttore generale del Fortaom, l’associazione che rappresenta l’industria nucleare europea, e Maria van der Hoeven (nella foto), nuovo capo dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea). E lo conferma un rapporto della Nuclear Energy Agency (Nea) dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi industrializzati.

In un discorso tenuto nella sede dell’Iaea a Vienna, Amano ha affermato che il numero dei reattori in attività in tutto il mondo, pari oggi a circa 430, arriverà nel 2030 a una cifra compresa fra 520 e 780. «Il grosso di questa crescita è attesa nei Paesi che hanno già centrali nucleari in funzione, soprattutto in Asia: la Cina e l’India resteranno i centri principali di questa nuova espansione», ha aggiunto Amano.

Il direttore generale ha anche sottolineato l’impegno dell’Iaea per ristabilire la fiducia nel nucleare da parte dell’opinione pubblica di tutto il mondo: «La cosa più importante è assicurare la trasparenza, costruire la fiducia e soddisfare le aspettative del pubblico».

Il sostegno al nucleare non viene solo dai rappresentanti del settore, ma in generale dalle associazioni internazionali nel campo dell’energia. «Se vogliamo veramente andare verso un futuro a basse emissioni di gas serra ci sono due modi: il nucleare e le fonti rinnovabili», ha dichiarato Maria van der Hoeven, che però ha aggiunto: «La domanda che bisognerebbe porre a tutti i governi e i Paesi che vogliono dire addio al nucleare è: “Quanto sono convenienti le energie rinnovabili? Quanto sono diffuse oggi? Come si potrà accelerare la loro crescita?”». La conclusione è chiara: «In futuro ci sarà ancora spazio per il nucleare».

Completamente d’accordo Poncelet, che è intervenuto a una conferenza organizzata da Eurelectric, l’associazione che rappresenta l’industria dell’elettricità europea: «Il punto è che, nonostante il disastro giapponese, i benefici a lungo termine del nucleare per il fabbisogno energetico dell’Europa rimangono. Il nucleare è competitivo e continua a offrire sicurezza energetica con basse emissioni di gas serra».

La competitività dell’elettricità ricavata con l’energia nucleare è confermata dal rapporto “Carbon Pricing, Power Markets and the Competitiveness of Nuclear Power” della Nea. Nel periodo che va dal 2005 al 2010 l’energia nucleare è stata altamente competitiva in Europa, e lo sarà ancora di più dopo il 2012, quando si faranno sentire i prezzi sulle emissioni di anidride carbonica.

Il rapporto ha preso in esame tre parametri: il prezzo del carbone e del gas, il costo degli investimenti nelle centrali e lo sviluppo delle tecniche di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica (CCS). Se anche solo uno di questi fattori gioca in favore del nucleare, allora la costruzione di nuove centrali sarà conveniente anche rispetto al gas. Il carbone, poi, risulta non competitivo in qualunque combinazione degli elementi considerati.

Paolo Gangemi

FONTE: http://www.nuclearnews.it/news-2765/il-nucleare–competitivo-e-continuer-a-crescere-nel-mondo/

Il governo francese ha confermato che non c’è fuga radioattiva riferendosi all’incidente avvenuto poche ore fa all’incidente in nel centro di trattamento delle scorie nucleari nei pressi della centrale di Marcoule, nel sud della Francia.
Il forno esploso sul sito nucleare di Marcoule si trova nel centro per il trattamento delle scorie: non riguarda quindi una centrale nucleare, ma un impianto per il trattamento del combustibile nucleare.
E’ quanto rilevano esperti dell’Associazione Italiana Nucleare, considerando che l’esplosione è avvenuta in un forno e che impianti di questo tipo non si trovano nelle centrali, l’incidente è avvenuto in una struttura diversa da una centrale (il sito di Marcoule comprende sia centrali sia impianti per il trattamento del combustibile)
Il ministero dell’interno francece ha infatti annunciato che non è prevista nessuna evacuazione né isolamento di lavoratori della centrale dove è avvenuto l’incidente.
Secondo un portavoce di EDF, la cui filiale, la Socodei, gestisce il centro in cui è avvenuto l’incidente “é un incidente industriale, non è un incidente nucleare” e che “l’incendio scattato dopo l’esplosione è sotto controllo”

Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/09/12/visualizza_new.html_724257162.html

Pubblicato da: ideeperilpresente | settembre 1, 2011

“Serve un’Europa dell’energia o la Cina deciderà per tutti”

Alberto Clò è tra i massimi esperti di scenari energetici globali. Professore universitario, ex ministro nel governo Dini, ha dialogato con Linkiesta su quel che aspetta l’Italia e l’Europa nel prossimo futuro. Oltre alla necessità di politiche coordinate a livello continentale, ha sottolineato il rischio di un sistema in cui, a dispetto del calo della domanda, il costo dell’energia resti elevatissimo.

Il professor Clò è tra i maggiori esperti mondiali di scenari energetici. Protagonista di prestigiosi incarichi nel settore, è stato Ministro dell’industria nel governo Dini, ed è consigliere di amministrazione di Eni spa dal 1999. È professore ordinario di economia applicata all’Università di Bologna, e direttore del centro studi RIE (www.rie.it). Clò ha da poco pubblicato “Si fa presto a dire nucleare” (Il Mulino). Ha concesso a Linkiesta un’intervista sugli scenari energetici internazionali all’orlo di una nuova, possibile recessione mondiale, con un occhio di riguardo per l’Italia.

Professor Clò, pochi mesi prima del crack Lehman il petrolio aveva raggiunto il prezzo di 147 dollari, e dopo il fallimento è sceso attorno ai 30. Alcuni ritengono che la “bolletta petrolifera” sia stata tra le cause della crisi. Prima dei timori sulla Grecia di quest’anno, il barile era salito nuovamente. L’ipotesi del collegamento tra petrolio e crisi sembra confermata.

Sì: il prezzo del petrolio ha esercitato un impatto significativo sull’esplosione della crisi del 2008. A partire da dieci anni prima, il barile era salito da 18-19 dollari a quasi 150. La componente finanziaria ha esasperato le condizioni di crisi, e ha portato una forte imprevedibilità. Si pensi alle stime di Goldman Sachs, che ha tentato per mesi di stabilire un “punto di rottura” del prezzo del barile, inteso come limite massimo di rialzo. Con il barile a 60 dollari, il limite era di poco superiore a 100. Quando il prezzo ha raggiunto quel limite, Goldman ha parlato di 150 dollari. Alla fine, c’è stato un impatto reale sull’economia, in particolare sulla stabilità dell’industria automobilistica statunitense.

Che differenza c’è stata tra la crisi energetica culminata nel 2008 e le precedenti crisi degli anni Settanta?

Negli anni Settanta la crisi fu riassorbita in un decennio, anche grazie alla leadership politica. Chirac ebbe bisogno di sei mesi per far approvare un piano per 60 centrali nucelari, per esempio. Anche le imprese reagirono in maniera forte, quasi rabbiosa, per migliorare l’efficienza energetica. Dopo il 2008, invece, questa risposta è mancata: a parte lo stop al nucleare, sono mancati veri investimenti per aumentare la disponibilità di petrolio.

È colpa anche delle imprese, quindi?

Il problema è che nelle grandi aziende energetiche ormai domina la logica finanziaria su quella industriale: a un banchiere di Wall Street interessano i dividendi, non se si faccia un buco nel deserto. È un problema di approccio industriale: con le fusioni degli anni Novanta, molte competenze base sono state date in outsourcing, e la gestione di contratti esterni – rispetto a quella di risorse interne – e complessa, e ha anche limiti per la sicurezza operativa. Da questo punto di vista, il “modello cinese” sembra portare buoni risultati. S’investe e si cerca d’integrarsi con il tessuto economico. È simile a quello che faceva l’Eni negli anni Cinquanta. Tra fusioni ed esternalizzazioni, sembra invece che molte aziende occidentali abbiano deciso di tagliare il ramo su cui sedevano.

Che differenze ci sono, allora, tra l’aumento dei prezzi fino ai 147 dollari del 2008 e l’attuale aumento del prezzo del barile, con il brent a 115 dollari?

Nel 2008, con la crisi il prezzo del barile è sceso a 30 dollari, e questo ha aiutato la ripresa. Se adesso tornassimo in recessione, i prezzo del barile rimarrebbe alto: non potremo contare di nuovo sullo stimolo di un barile a basso prezzo. Di fatto, la crisi del 2008 non ha risolto i problemi sutturali del mondo energetico, ma li ha solo congelati. La Cina e gli altri paesi emergenti hanno continuato a consumare, e hanno aumentato il fabbisogno energetico. L’Occidente dovrà pagare il costo della crescita energetica cinese. Per fortuna, i mercati hanno reagito con equilibrio alla crisi libica, altrimenti gli scossoni sul barile sarebbero stati molto più forti.

E com’è la situazione in Italia?

La crisi energetica è molto più grave di quello che ci si aspettava. La domanda di energia è tornata indietro di dieci anni. Il fabbisogno di gas continua a calare. Inoltre, abbiamo ormai una capacità di produzione elettrica che è il doppio rispetto alla domanda di picco. Per questo motivo, il regolatore inizia a preoccuparsi sempre di più degli operatori, e meno dei consumatori. Ci troveremo con un settore molto caro a causa degli investimenti realizzati, anche se il prezzo del petrolio dovesse calare. A questo contribuisce la politica sulle rinnovabili: senza aver creato un’industria, prevediamo di pagare 100 miliardi di euro in incentivi da qui al 2020, e fino a 170 miliardi entro il 2030. Sono numeri impressionanti, soprattutto se confrontati con i dati sulla manovra.

Cosa si prospetta nel mondo del petrolio nei prossimi mesi?

Domanda cinese e produzione saudita sono le due variabili. È cambiato il vecchio ordine petrolifero internazionale, e in questo momento l’incertezza è totale. Ci sono elementi che fanno pensare che la combinazione di fatti politici ed energetici del 2011 segnino una discontinuità del mondo energetico più ampia rispetto a quanto non ci si aspettava. Per esempio, ci sono dubbi sulle prospettive della “nuova età dell’oro del metano”. Le ultime proiezioni in Italia sono molto inferiori rispetto alle previsioni che si facevano alcuni anni fa. Prevedevamo di arrivare a 100 miliardi di metri cubi di consumo nel 2010. Oggi si ritiene che questo livello verrà raggiunto nel 2022-2023.

Che dovrebbe fare il nostro paese?

Prendere drasticamente atto della situazione e innalzare il livello decisionale all’Europa. Le politiche nazionali sono insufficienti e costose. Serve una politica d’investimenti che rafforzi le infrastrutture mancanti, a livello di interconnessioni elettriche e di gas. Ciò consentirebbe di ridurre i rischi di approvvigionamento, e porterebbe vera concorrenza europea. Inoltre bisognerebbe cambiare approccio politico con la Russia: presentarsi a Mosca come Europa, e non come singoli paesi. Ci sono poi passi urgenti da compiere in Medio Oriente. Nei paesi produttori, a parte l’instabilità, c’è un rischio forte di politiche populiste, che renderebbero ancora più difficili le attività d’investimento.

Stefano Casertano

FONTE: http://www.linkiesta.it/serve-un-europa-dell-energia-o-la-cina-decidera-tutti

Pubblicato da: ideeperilpresente | agosto 8, 2011

PortoTolle, la centrale del futuro io l’ho vista nascere

“La Centrale Enel io l’ho vista nascere, avevo 20 anni. Ora vogliamo il suo risveglio per il futuro dei nostri figli”. A parlare, in una intervista di Cristiano Draghi sulla Voce di Rovigo è Maurizio Ferro, 55 anni, dipendente della centrale Enel di Polesine Camerini e portavoce del comitato dei lavoratori.

“Con la modifica dell’articolo 3o della legge sul Parco, hanno aperto una grandissima finestra sul futuro e sulle speranze di noi lavoratori e per il nostro territorio. Ora dobbiamo attenerci a quanto dovrà fare la Commissione Via (Valutazione impatto ambientale n.d.r) nazionale che dipende dal Ministero dell’Ambiente e che dovrà valutare questa modifica. Dopodichè ci sarà una piccola modifica al decreto e da lì si partirà coi lavori per la prossima primavera”.

Maurizio si dice fiducioso sull’inizio dei lavori “I tempi sono cambiati, dell’energia c’è bisogno, dobbiamo pagare meno le bollette, non dobbiamo più importare energia dagli altri paesi, l’Enel ci ha dato le garanzie che farà l’investimento e saremo disposti anche ad aspettare qualche mese in più però l’intenzione c’è perché le preoccupazioni dal lavoro sono tantissime.”
La centrale, per il territorio del Delta del Po ha significato molto “ha portato una grande ricchezza sociale al nostro territorio, ha dato una mano grandiosa”. Per realizzare la riconversione a carbone si prevedono grandi lavori e un numero elevato di manodopera. Per quantificarla Maurizio cita l’esempio della centrale di Civitavecchia, ” gemella della centrale di Porto Tolle e che ha toccato cime di 3.500-3.600 persone nell’arco di 5-6 anni”.

Per preservare l’ambiente circostante si è pensato di istituire un osservario ambientale che “sarà l’occhio sul mondo, in questo caso sul Delta del Po e sulle aree circostanti che controllerà l’ambiente e la salute. Questo osservatorio ambientale sarà in parte gestito dal Ministero dell’ambiente, la Regione, il Comune ed altre istituzioni locali e dovrà monitorare costantemente tutto lo stato dell’ambiente e della salute. Questa è una gestione autonoma che non c’entra con l’Enel ma che permette di dare garanzie non solo a noi lavoratori che ci lavoriamo ma anche a tutto il territorio e a tutta la popolazione. I primi ambientalisti, i primi segnalatori della salute e dell’ambiente siamo proprio noi lavoratori”.

Pubblicato da: ideeperilpresente | luglio 26, 2011

Il rilancio del carbone

Per conoscere tutte le conseguenze prodotte da Fukushima ci vorrà ancora del tempo.

Ma ce n’è almeno una che è già piuttosto chiara: la riscoperta del carbone come la fonte energetica su cui puntare per il futuro. Tramontata l’ipotesi nucleare, gli analisti prevedono infatti che da qui al 2035 la domanda mondiale di carbone aumenterà di oltre il 50%.

Alla luce di questa situazione, acquistano un’importanza fondamentale le nuove tecnologie che permettono la cattura e lo stoccaggio della CO2, come sta accadendo in molte centrali in Italia e in Europa.

A mutare sono soprattutto i processi di estrazione e lavorazione della lignite, durante i quali questa viene “asciugata” del proprio contenuto umido che è responsabile dello sprigionamento di pericolosi ossidi sulfurei. A ciò si aggiungono, come detto, i nuovi sistemi di cattura e immagazzinamento del CO2, grazie ai quali si prendono le emissioni, si trasformano in una sorta di liquido e si chiudono in un deposito sotterraneo.

Il “carbone pulito” si presenta dunque come la prossima frontiera dell’approvvigionamento energetico mondiale. E le varie proteste dei cosiddetti “ambientalisti” lasciano il tempo che trovano, visto che bisogna comunque garantire la quantità di energia necessaria alle popolazioni e alle industrie di tutto il pianeta. A meno che, questi signori non propongano una loro soluzione. Che stiamo aspettando da tanto, tanto tempo.

Pubblicato da: ideeperilpresente | luglio 25, 2011

Dieci tecnologie salva-clima

Interessante esercizio teorico di contabilizzazione delle emissioni di CO2 risparmiate su scala planetaria ricorrendo a 10 tecnologie. Lo ha realizzato la testata online Next Big Future che indentifica 10 applicazioni le quali, se venissero attuate, avrebbero (il condizionale è d’obbligo) un impatto significativo sul volume globale delle emissioni di gas serra. Per conseguire, senza influire sostanzialmente sugli stili di vita, un abbattimento incisivo dei gas climalteranti di natura antropica (anche se salvare il clima non è solo questione di una riduzione delle emissioni di anidride carbonica ma anche del mantenimento dei livelli di ossigeno) si spazia dall’edilizia sostenibile al cemento verde, al biochar, ai veicoli elettrici, ai cargo alimentati da mini reattori nucleari. In particolare, nella classificazione, ovviamente arbitraria e incompleta, troviamo:

  1. L’impresa edile cinese Broad Group, famosa per riuscire in imprese che rasentano l’impossibile come la costruzione di un grattacielo in 90 ore, è soprattutto nota per edificare seguendo una scheda tecnica in grado di moltiplicare per 5 l’efficienza energetica dello stabile e contenere i rifiuti da cantiere a 1% del volume costruito. Il gruppo edile che assieme ad altri partner è coinvolto in circa un terzo delle costruzioni in corso in Cina avrebbe il merito di eliminare ogni anno 400 milioni di tonnellate di emissioni CO2.
  2. Pur non avendo la portata globale dei gas serra, le particelle di black carbon (fuliggini) hanno, secondo recenti studi di alcuni climatologi, un ruolo nella dinamica del clima anche se rimane controversa l’esatta valutazione del loro contributo sull’effetto serra. In particolare, si conta intervenire su quelle particelle emesse da stufe per la cottura diffuse nei paesi poveri e in particolare nel continente asiatico, con l’introduzione di stufe da cucina pulite in 700 milioni di abitazioni. Questo  permetterebbe di tagliare 18% delle emissioni di black carbon corrispondente a circa il 10% delle emissioni totali di gas climalteranti. Va aggiunto che il danno sanitario derivante dal fumo prodotto dai fuochi indoor  è, secondo OMS, il 4° fattore di rischio per la salute nei paesi poveri con 1,5 milioni di morti all’anno. L’obiettivo attuale, al quale concorrono varie ONG fra cui la Fondazione Gates, punta a sostituire i primitivi fornelli con delle stufe economiche in 100 famiglie entro il 2020. Questo porterebbe ogni anno alla riduzione di 400 milioni di tonnellate di emissioni di CO2.
  3. Sebbene il filtro attivo anti particolato (ormai in dotazione su tutte le nuove autovetture) non c’entri con le emissioni di anidride carbonica ma interviene piuttosto su quelle ben più nocive di monossido di carbonio, si calcola che la maggioranza dei veicoli oggi in circolazione ne siano sprovvisti. Secondo Next Big Future,  questo intervento porterebbe a una diminuzione del 14% del black carbon da trasporto, particolato ultrafine presente nelle emissioni da gas di scarico degli autoveicoli  e principalmente nei motori diesel.
  4. L’elettrificazione spinta dei mezzi di trasporto. Oggi sono in circolazione 150 milioni di bici e scooter elettrici (principalmente in Cina). Ponendo  l’obiettivo a 500 milioni entro 2020,  sarebbe possibile togliere dalla strada 2 miliardi di veicoli tradizionali a 2 e 4 ruote.  20 milioni di autovetture elettriche o ibride è un obiettivo realizzabile senza necessità di cambiamenti radicali.
  5. La riqualificazione energetica del patrimonio edilizio assicurerebbe un incremento del 20% dell’efficienza energetica con conseguente abbattimento di un miliardo di tonnellata  di emissioni di CO2.
  6. 5% delle emissioni all’origine del surriscaldamento globale sono originate dalla produzione di cemento che si piazza a quota superiore a quella imputabile al trasporto aereo. I dati tendenziali indicano una forte crescita (+50% nei prossimo decennio) della domanda con conseguente aggravio delle emissioni. Va quindi incoraggiato l’utilizzo di nuove tipologie di cemento ecofriendly, come ad esempio quel composto di silicato di magnesio brevettato dalla londinese Novacem, che assorbe CO2 durante la fase di solidificazione bilanciando di fatto le emissioni durante la fase produttiva. Tuttavia siamo ancora a uno stadio sperimentale.
  7. Rafforzare la capacità incrementale degli impianti idroelettrici per ottenere una produzione addizionale di 1000TW e 1200TWh da reattori nucleari.
  8. Investire nelle tecnologie innovative della fissione nucleare. Ad esempio, l’annular fuel, la pastiglia di combustibile di forma toroidale per avere barre di combustibile cave più efficienti del 25-50% di quelle riempite da “pellet” cilindrici. Sviluppato nei laboratori del Mit è commercializzato in Sud Corea. Promuovere la diffusione dei reattori nucleari modulari peeble bed, modello che risulta energeticamente più efficiente e più economico rispetto a un reattore refrigerato ad acqua leggera o pesante (in China entrerà in funzione nel 2013-14 un esemplare da 210MW). La produzione su larga scala di reattori autofertilizzanti settore in cui la Russia fa da apripista. Utilizzare i mini-reattori come Hyperion, in fase di realizzazione in Gran Bretagna sotto licenza dei laboratori di Los Alamos, per alimentare i cargo. Una conversione di 5000 mercantili sarebbe equivalente a livello di emissioni di CO2 a elettrificare 100 milioni di automobili.
  9. Nell’agricoltura, si preconizza il passaggio dalla corrente pratica “taglia e brucia” in voga in numerose comunità dell’America Meridionale, Asia e Africa  all’antica pratica “taglia e carbonifica”. Secondo le stime di Johannes Lehemann, studioso del suolo presso la Cornell University, la combustione incompleta delle biomasse (scarti vegetali ma anche stocchi di mais, paglia, pula di riso) e conseguente l’interramento del biochar, il carbone vegetale così ottenuto, permetterebbe di  trattenere nel suolo una parte consistente dei 660 milioni di tonnellate di CO2 originate dallo sfruttamento del suolo (2% delle emissioni globali antropiche) senza tuttavia pregiudicare il soddisfacimento dei bisogni primari di cibo ed energia delle popolazioni locali.
  10. Sempre nell’ottica di combattere il riscaldamento globale e  la fame nel mondo, molte speranze si concentrano sulle Terra Preta, speciale fertilizzante “fabbricato”  per secoli dagli autoctoni mescolando carbonella (biochar) con terra e utilizzato per ripristinare aree agricole sul Rio delle Amazzoni. Diversi studi sono in corso per replicare industrialmente e globalmente questa sostanza sostenibile  per aumentare la resa agricola di altre regioni del pianeta e al tempo stesso contribuire a sequestrare sottoterra CO2 atmosferica.

FONTE: http://blog.forumnucleare.it/ambiente-2/dieci-tecnologie-salva-clima/

Pubblicato da: ideeperilpresente | luglio 19, 2011

Nucleare unica opzione

Nella tipica visione ambientalista del mondo, l’energia nucleare non è solo pericolosa, ma anche inutile. Fonti rinnovabili di energia – sole, vento, onde, piante – possono essere e sono la risposta alle necessità energetiche del mondo. È una opinione molto diffusa, quasi una ‘saggezza comune’. Perfettamente accettabile, se non fosse che i numeri danno un’altra fotografia della situazione.

Nei paesi sviluppati (Stati Uniti, Europa e altri membri della OCSE), abbiamo goduto di un alto standard di vita, legato alle energie fossili a buon mercato. Ciò ha favorito un certo grado di dissolutezza energetica che, unito alla sempre minore disponibilità di petrolio e degli altri carburanti fossili e alle condizioni ambientali, ci ha portati a dover affrontare un processo di sostituzione di petrolio e gas. A fronte, peraltro, di uno scenario di forte crescita della domanda di energia: un terzo della popolazione mondiale ha poco o nessun accesso all’elettricità, e naturalmente aspira ad ottenerlo, mentre un paese come l’India, con un miliardo di abitanti, consuma un quarto dell’energia pro capite dell’Australia. Ovvio che, con l’innalzamento del livello di vita della popolazione indiana, cresceranno anche i consumi elettrici, con le conseguenze immaginabili sulla domanda di energia a livello globale.

 

Se il nostro obiettivo è una società quasi completamente alimentata da fonti di carbonio pari a zero già dalla metà di questo secolo, quali sono le dimensioni del compito che ci aspetta? Diciamo che a livello globale la domanda di energia potrebbe attestarsi intorno agli 8-10.000 gigawatt di potenza elettrica. Soddisfare questa domanda con l’energia del sole o del vento richiederebbe la costruzione di 1.200 turbine eoliche enormi, oppure di stendere un tappeto di 45 chilometri quadrati di specchi solari nel deserto. Questo, ogni giorno, per i prossimi quaranta anni.
Complessivamente, sempre ogni giorno e per quaranta anni, dovremmo impiegare quasi tre milioni e mezzo di tonnellate di cemente (1,25 per le pale eoliche, 2,2 per gli impianti solari) e oltre un milione di tonnelate di acciaio (335mila e 690 mila, rispettivamente).

E con l’energia nucleare? I reattori di tipo AP1000 attualmente impiegati in Cina consentirebbero di contenere questi numeri: due reattori ogni tre giorni, con l’impiego di circa 160mila tonnellate di cemento e 10mila tonnellate di acciaio al giorno.

Sono sempre numeri enormi, ma con il nucleare ci troviamo di fronte ad un consumo globale di suolo e di materiali notevolmente minore, rispetto a solare ed eolico.

L’energia nucleare, dunque, si presenta come la sola opzione effettivamente disponibile, alla nostra portata, se vogliamo veramente costruire un mondo migliore dal punto di vista ambientale ma dove ognuno può avere accesso alla quantità di energia di cui ha bisogno.

Gli antinuclearisti si preoccupano anche che l’uranio, da cui ricaviamo attualmente il carburante per i reattori, è destinato ad esaurirsi, come il petrolio; che le scorie dalla produzione di energia rimarranno attive, e quindi altamente inquinanti, per periodo molto lunghi, ben oltre il normale panorama della vita umana – anche 100mila anni; che il ciclo di lavorazione nucleare produce anche grandi quantità di anidride carbonica; che il processo completo è lento e costoso e che, infine, un accumulo di energia nucleare aumenterà il rischio di proliferazione delle armi. Eppure la realtà sorprendente è che la maggior parte di questi svantaggi percepita del nucleare non si applicano ora, e nessuno è tenuto ad applicare in futuro.

Dei paesi che fanno parte del G20, 15 hanno l’energia nucleare, quattro sono intenzionati a riprenderla in un prossimo futuro, anche se ora la Germania ha dichiarato di volerne eliminare gradualmente l’uso entro 10 anni (vedremo, poi, se davvero riuscirà nel suo intento). I paesi che dispongono di energia nucleare per uso commerciale già coprono quasi l’80% delle emissioni globali di gas serra. E aggiungiamo le nazioni che hanno commissionato la costruzione di impianti, o li stanno pianificando, o dispongono già di reattori di ricerca, la percentuale sale a oltre il 90%. Dovremmo, a questo punto, discutere seriamente come, una società globale, può sfruttare questa forma di energia, che offre il vantaggio di basse emissioni di carbonio, in modo sicuro e pulito, con un rischio minimo e un massimo vantaggio per tutte le nazioni.

Ci sono circa 60 reattori cosiddetti Gen-III (terza generazione) in costruzione. Venticinque sono in Cina. Se contiamo quelli nelle ultime fasi della progettazione i numeri si alzano notevolmente. I reattori moderni sono efficaci, con fattori di capacità superiore al 90 per cento, e hanno un elevato grado di sicurezza passiva sulla base dei principi intrinseci della fisica. Per esempio, il rischio di un incidente così grave come quello di Three Mile Island, negli Stati Uniti, per il reattore ad Acqua Bollente semplificato di GE-Hitachi è stato valutato in una volta ogni 29 milioni di anni/reattore. Molto basso, ma non ancora zero. Pretendere lo zero, peraltro, sarebbe chiedere l’impossibile: qualsiasi tecnologia energetica, ma non solo energetica, ha una percentuale di rischio, che non può essere eliminato totalmente.

Per quanto riguarda i rifiuti radioattivi, una tecnologia sviluppata tra il 1964 e il 1994 presso il National Laboratory negli Stati Uniti – il Reattore Integrale Veloce (IFR) – offre una capacità di fissare oltre il 99 per cento del combustibile nucleare, lasciando solo una piccola quantità di rifiuti (un trentesimo rispetto ai reattori attuali). Come ulteriore vantaggio, tutto il combustibile nucleare esaurito generato nel corso degli ultimi 50 anni può essere consumato come combustibile in questi nuovi reattori. L’IFR e altri generatori di quarta generazione (Gen-IV) utilizzano uranio impoverito e il torio, e sono in grado di offrire un futuro realistico per l’energia nucleare come fonte primaria a livello mondiale, senza emissioni di carbonio, per alimentare il mondo per milioni di anni.

La Cina ha appena commissionato due reattori commerciali veloci basati su un design di successo russo, il BN-800. L’India ha appena annunciato che prevede di installare circa 500 gigawatt di energia nucleare a base di torio entro il 2050.

Perché la realtà dei numeri vede una sola conclusione: se vogliamo veramente costruire una società umana ad emissioni zero di carbonio, non possiamo fare a meno di affidarci all’energia nucleare. o questa, o i cambiamenti climatici.

FONTE: http://www.nucleareblog.it/2011/07/18/nucleare-unica-opzione/

Pubblicato da: ideeperilpresente | luglio 12, 2011

Porto Tolle, contea di Sheffield

Vi ricordate Full Monty? Il film, uscito nel 1997, racconta la storia di due disoccupati inglesi che per tirare avanti organizzano uno spettacolo di spogliarello insieme ai loro amici.

Ieri, a Porto Tolle, è andata in onda una replica.

I dipendenti Enel e delle aziende dell’indotto hanno manifestato in boxer e canottiera davanti ai cancelli della centrale, indossando le lettere dello slogan “Sì lavoro, Sì carbone” ed esponendo lo striscione “Noi 11mila firme, voi 11 bugiardi” in riferimento alla petizione che nel mese dal 28 maggio al 26 giugno ha raccolto 11.000 adesioni a favore della riconversione a carbone ‘pulito’.

Il “voi” in questione è riferito ai rappresentanti delle associazioni ambientaliste contrarie alla riconversione a carbone pulito dell’impianto. Come recitava il volantino distribuito dai manifestanti “I signori di Legambiente, Wwf, Italia Nostra e Greenpeace vogliono la riconversione a gas della centrale di Porto Tolle senza nemmeno sedersi a un tavolo con i lavoratori e chiederci che cosa vogliamo”.

L’ennesima dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che ai cosiddetti “difensori dell’ambiente” poco importa delle conseguenze delle loro azioni. Per loro, è importante solo difendere a spada tratta i propri discutibili assiomi ideologici.

Così, è toccato ai lavoratori ricordare che riconvertire a gas la centrale di Porto Tolle significa due cose: alzare la bolletta di famiglie e imprese, e portare questo impianto alla chiusura nel giro di poco tempo. Infatti, le centrali italiane alimentate a gas naturale, negli ultimi 5 anni, hanno visto diminuire le ore di funzionamento fino al 95% come nel caso degli impianti a gas metano.

Di contro, la nuova centrale a carbone pulito sarà la più avanzata del mondo nel suo genere per efficienza e contenimento dell’impatto ambientale. E sostituendo una centrale costruita 30 anni fa, abbatterà le emissioni fino all’88%. Senza dimenticare che il carbone rimane la fonte principale di energia al mondo (soddisfa il 43% del fabbisogno mondiale) e resterà la fonte dominante nella generazione elettrica fino al 2035, secondo le previsioni fatte dall’Agenzia Internazionale per l’Energia. Insomma, in tutto questo è chiaro chi siano le vere macchiette.

 

« Newer Posts - Older Posts »

Categorie